Muri ai confini, divieti d’aborto, ostilità verso migranti e minoranze: perché queste battaglie trovano i sostenitori più accesi non tra chi ha perso tutto, ma tra chi teme di perdere i propri privilegi? Per Eva von Redecker la risposta risiede nella storia della proprietà. Prima della modernità, possedere qualcosa non significava ancora poterla sottoporre a una volontà illimitata. Con l’affermarsi del capitalismo la proprietà assume una nuova forma: diventa il diritto di disporre in modo assoluto di ciò che si possiede, fino alla possibilità di abusarne e distruggerlo. Quando questa logica viene applicata ai corpi e alle relazioni umane, trova le sue espressioni paradigmatiche nello schiavismo e nel matrimonio patriarcale – due istituzioni che hanno attribuito ad alcuni una sovranità assoluta sulla vita, sul lavoro e sulla riproduzione di altri esseri umani. Sebbene siano state abolite, la loro logica non è scomparsa: si è trasferita dal piano giuridico a quello simbolico. È ciò che von Redecker definisce «possesso fantasma»: la convinzione, sopravvissuta nel tempo, di avere ancora diritto a un potere che in realtà è scomparso. È questa ferita immaginaria ad alimentare, oggi, la rivolta autoritaria.
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